Il consigliere della V Circoscrizione: «Non basta intervenire quando il disagio è già emergenza. La prevenzione deve partire dai quartieri»
Prevenire la devianza minorile significa intervenire prima che il disagio diventi emergenza. È questo il punto di partenza della riflessione di Filippo Pollifroni, consigliere della V Circoscrizione, che richiama l'attenzione sulla necessità di costruire una rete territoriale capace di coinvolgere famiglie, scuola, istituzioni, servizi sociali, associazioni e Terzo Settore.
Il fenomeno della devianza minorile, infatti, non può essere ricondotto soltanto alla dimensione repressiva. Dietro un episodio di violenza, un'aggressione, un atto di bullismo o un reato possono esserci condizioni di disagio familiare e sociale, dispersione scolastica, assenza di opportunità, difficoltà relazionali e mancanza di spazi di aggregazione.
I numeri della Giustizia minorile fotografano una situazione che richiede attenzione. Nel primo semestre del 2025, a Reggio Calabria risultavano in carico ai servizi della Giustizia minorile 344 minori e giovani adulti, mentre nel corso del 2024 erano stati complessivamente 452. Dati che vanno letti nel loro specifico contesto, ma che confermano la necessità di mantenere alta l'attenzione sulle situazioni di vulnerabilità.
«Non possiamo parlare di devianza minorile senza parlare delle condizioni nelle quali crescono i nostri ragazzi – afferma Pollifroni –. La cronaca ci restituisce episodi sempre più preoccupanti, ma dietro ogni episodio c'è una storia. Ci sono famiglie in difficoltà, ragazzi che abbandonano la scuola, periferie prive di servizi e giovani che non trovano spazi nei quali incontrarsi, praticare sport, esprimersi e costruire relazioni sane».
Arghillà e il ruolo del territorioTra le realtà che più di altre mostrano quanto sia importante intervenire sulle condizioni sociali e urbanistiche c'è Arghillà, quartiere nato nell'ambito del Piano di Zona 167 per l'edilizia popolare e diventato negli anni uno dei simboli delle difficoltà sociali e infrastrutturali della città.
«Non possiamo chiedere ai ragazzi di scegliere una strada diversa se non mettiamo loro nelle condizioni di poterlo fare – sottolinea il consigliere –. Un quartiere senza servizi, spazi aggregativi, impianti sportivi e opportunità rischia di lasciare un vuoto che viene inevitabilmente riempito da altre forme di aggregazione».
Da qui l'idea di una prevenzione che non si limiti agli interventi successivi all'emergere del problema, ma che parta direttamente dai territori più fragili.
Il Piano Straordinario per Arghillà 2025-2026, con un investimento complessivo di 5 milioni di euro, rappresenta in questa prospettiva un intervento rilevante, con risorse destinate a viabilità, illuminazione, scuole e sicurezza.
«Gli interventi infrastrutturali sono necessari, ma da soli non bastano – osserva Pollifroni –. Una strada illuminata è importante, ma ancora più importante è ciò che accade lungo quella strada: quali servizi ci sono, quali opportunità vengono offerte, quali presìdi sociali sono presenti».
Scuola, dispersione e nuove forme di bullismoUn altro fronte decisivo è quello scolastico. In Calabria la dispersione scolastica è diminuita negli ultimi anni, ma resta il problema della cosiddetta dispersione implicita, che riguarda gli studenti che arrivano al termine del percorso scolastico senza aver raggiunto livelli adeguati di competenze.
«La scuola deve tornare a essere un presidio sociale oltre che educativo. E dobbiamo investire anche fuori dalla scuola – afferma Pollifroni –. Se mancano palestre, biblioteche, centri di aggregazione e luoghi nei quali stare insieme, il rischio è che la rete diventi l'unico spazio di socialità».
È in questo contesto che si inseriscono anche le nuove forme di bullismo legate ai social network.
«Possiamo parlare di un vero e proprio "bullismo 2.0", nel quale l'umiliazione diventa spettacolo e la violenza viene trasformata in contenuto da condividere. È un fenomeno che dobbiamo affrontare attraverso educazione, consapevolezza digitale e presenza degli adulti».
Baby gang e cultura della violenzaUn ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dai fenomeni di aggregazione violenta tra giovanissimi.
Il caso di Gioia Tauro, emerso tra il 2024 e il 2025 nell'ambito di un'indagine che ha portato all'arresto di cinque ragazzi, ha riportato l'attenzione sul tema delle cosiddette baby gang e sulla ricerca di consenso attraverso la violenza.
«Quando una frase come "Se gli dai una coltellata il video diventa virale" entra nelle intercettazioni di un'indagine – evidenzia Pollifroni – dobbiamo interrogarci non soltanto sull'atto criminale, ma anche sul modello culturale che lo rende possibile».
«La forza, la sopraffazione, la ricerca del consenso attraverso la paura e l'esibizione della violenza – aggiunge – sono fenomeni che devono essere contrastati attraverso educazione, presenza delle istituzioni e alternative concrete».
Servizi sociali e politiche territorialiLa prevenzione, secondo Pollifroni, deve quindi diventare una strategia complessiva. Un ruolo importante può essere svolto dai Piani di Zona previsti dalla legge 328/2000, attraverso una programmazione sociale capace di mettere in rete amministrazioni, servizi, scuola, Terzo Settore e associazioni.
Anche la Giustizia minorile, attraverso strumenti come la messa alla prova e i percorsi in comunità, punta a costruire alternative alla risposta esclusivamente detentiva. In questa direzione si collocano anche esperienze educative e di prossimità come Rest'ingioco, che ha coinvolto 120 ragazzi tra i 13 e i 18 anni attraverso attività pomeridiane di educativa di strada.
«Dobbiamo costruire una rete che intercetti il disagio quando è ancora possibile intervenire con gli strumenti dell'educazione, dell'ascolto e dell'accompagnamento – spiega il consigliere –. Non possiamo aspettare che un ragazzo arrivi alla prima denuncia per accorgerci che esiste un problema».
«Dobbiamo arrivare prima»È proprio sulla prevenzione che Pollifroni concentra la parte finale della sua riflessione.
«Il punto è semplice: dobbiamo arrivare prima. Prima dell'abbandono scolastico, prima della prima denuncia, prima della prima aggressione, prima che un ragazzo trovi nella strada o in un gruppo violento l'unico luogo nel quale sentirsi riconosciuto».
Da qui la richiesta di una maggiore attenzione alle periferie e alle politiche sociali.
«La politica e le istituzioni hanno il dovere di non limitarsi a commentare gli episodi di cronaca. Dobbiamo costruire una strategia che parta dai quartieri e metta al centro i ragazzi. Servono spazi, sport, cultura, scuola, educatori, servizi sociali e una presenza costante delle istituzioni».
E conclude: «La sicurezza non si costruisce soltanto con la repressione: si costruisce anche offrendo ai nostri giovani una prospettiva diversa».